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Manifestazione del 12 Novembre a New York

Le manifestazioni che i giovani studenti stanno portando avanti sul territorio americano mi hanno spinto a soffermarmi sulle numerose similitudini e analogie che ci sono tra quanto si è vissuto prima del famosissimo movimento del 1968 e quello che sta nascendo oggi. Le proteste protratte da giorni sul tutto il territorio statunitense per evidenziare il disprezzo nei confronti del presidente eletto, il ricco repubblicano Donald Trump, mi hanno spinto a sfogliare nuovamente i manuali di storia contemporanea per andare a rispolverare quelle che sono state le cause che portarono molti nostri genitori a protestare per i loro diritti nell’ormai lontano 1968.

La vittoria di Donald Trump contro la tanto favorita e chiacchierata democratica Hilary Clinton sta portando i cittadini americani, specialmente giovani e persone di etnie minoritarie, a protestare contro colui che avrà l’onere e l’onore di rappresentarli nei prossimi 4 anni. Trump prenderà il posto del primo Presidente afroamericano della storia, Barack Obama, che nel corso dei suoi mandati ha dato modo di mostrarsi un buon ma non perfetto Presidente. Infatti in merito ad alcune problematiche si è mostrato estremamente debole, sia per la cultura americana sia per gli equilibri deboli all’interno delle istituzioni. Basti pensare al fallimento dovuto al contrasto della vendita delle armi e soprattutto a quello riguardante i diritti delle minoranze etniche prese in continuazione di mira da coloro che li dovrebbero difendere. I nuovi sessantottini, li chiamerò così anche se per ora sono solo delle supposizioni, hanno dichiarato che le proteste si protrarranno per tutto il mandato dei 4 anni della presidenza Trump. A nulla sta servendo il nuovo atteggiamento del ricco repubblicano. A niente servono i suoi nuovi toni più pacati e diplomatici, estremamente diversi da quelli utilizzati durante la sua lunga campagna elettorale, perché migliaia di giovani oramai invadono le strade dell’America al grido: “Trump non è il mio presidente”.

Come dicevo molte sono le similitudini, tra questo momento storico mondiale e quello del 1968, che mi sono saltate all’occhio nel guardare le immagini provenienti dagli States, soprattutto da New York. Operai, studenti e gruppi etnici minoritari stanno riuscendo a formare spontaneamente gruppi di lotta sociale e civile esattamente come è accaduto in passato, nel 1964, proprio in America. Per ora sembrerebbero essere solo gruppi privi di organizzazione, incentrati a contrastare l’ascesa di Trump. Ma la domanda sorge spontanea: se veramente questi gruppi cominciassero ad organizzarsi e se una volta insediato alla Casa Bianca il magnate americano porterà avanti i punti enunciati durante la sua campagna elettorale, cosa potrà accadere negli USA e, quindi, in tutto il mondo? Il sessantotto, per l’appunto. Ammetto che questa può essere vista come una visione pessimista e disfattista ma io per natura sono sempre stato pessimista ed ho sempre visto il bicchiere mezzo vuoto per non farmi mai trovare impreparato nell’eventualità in cui accadesse il peggio.

La situazione in cui versa il mondo oggi è molto simile, ma non identica, a quella che era presente durante il decennio del 1960. L’emergere di numerose forze politiche e sociali, non riconducibili ad uno scenario mondiale ricollegabile alle storiche divisioni di Destra e Sinistra, hanno la capacità di creare scompiglio negli ordini democratici che nel corso dei secoli si sono creati. Il sociologo Bauman di recente in un’intervista rilasciata all’Espresso ha dichiarato: “Credo che stiamo assistendo all’accurato svisceramento dei principi della “democrazia”, che si presumeva fossero intoccabili. C’è una chiara possibilità che i tradizionali meccanismi di salvaguardia (come la divisione di Montesquieu del potere in tre ambiti autonomi, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, o il sistema britannico di checks and balances) escano in qualche modo dal favore pubblico e vengano privati di significato, sostituiti in modo esplicito o di fatto dall’agglutinamento del potere in modelli autoritari o perfino dittatoriali”. Insomma si sta vivendo una possibile crisi democratica alimentata anche dai nuovi mass media come internet che ha la capacità, attraverso i social network, di creare opinione pubblica e di manipolare le menti delle persone con notizie non veritiere, ma passate come tali. Ciò sta comportando la diminuzione della credibilità di numerosi giornali che, se non riusciranno a cambiare il loro sistema editoriale legato al capitalismo rampante, vedranno conoscere definitivamente la loro fine. Situazione questa che potrebbe essere messa Mameli27colorin atto anche grazie al fatto che la maggioranza della gente preferisce leggere i post pubblicati dai personaggi pubblici, tra cui anche i politici, evitando così di leggere gli articoli di giornale. Questo sta portando all’emergere di movimenti, gruppi e partiti che fanno della demagogia e del populismo il loro cavallo di battaglia per raccogliere consenso. I casi rampanti sono ben visibili sul territorio europeo. L’Italia con il Movimento 5 stelle, Lega di Salvini e tutti quei movimenti vicini all’apologia del fascismo che sembrano aumentare il loro bacino elettorale; l’Inghilterra dove il movimento di Nigel Farange ha portato il Regno Unito ad uscire dall’Europa; in Austra, Ungheria e Germania dove la destra estrema sta avendo grande consenso e, in alcuni casi, ha vinto le ultime elezioni; in Spagna dove Podemos è diventata una forza con cui i partiti storici oramai devono confrontarsi; ed infine proprio l’America che con le ultime elezioni ha visto vincere una nuova figura che ha avuto il piacere di rompere con la vecchia elite politica attraverso l’utilizzo di un linguaggio semplice e facilmente comprensibile alle classi disagiate del paese. Di tutto questo a pagarne le conseguenze maggiori sono proprio le forze democratiche storiche che ora devono sapersi riorganizzare attraverso la scelta di una nuova classe dirigente, per poter fronteggiare il malumore crescente tra la popolazione che li vede come corrotti e non più capaci di rispondere all’esigenze dell’uomo comune. Uno scenario che fu ben descritto da Habermas quando, parlando della fine degli anni ’50 e degli inizi degli anni ’60, evidenziò come la scienza e la tecnologia fossero diventate delle nuove ideologie della gente oramai spoliticizzata. Un’analogia tra il passato ed il presente che si viene a rimarcare anche riguardo al fatto che nel corso dei primi anni ’60 si è venuta a conoscere un’omogenizzazione degli stili di vita che ha portato alla perdita dei valori. Si sta parlando per l’appunto di quel fenomeno di americanizzazione che il vecchio continente stava conoscendo. Ancora oggi questo fenomeno si sta avendo, soprattutto in quei paesi dove si sta cercando di portare la ‘democrazia’ al suono di fucili e bombe. Influssi americani che modificarono e stanno modificando i desideri di tutti i paesi mondiali.

Inoltre quegli erano gli anni del conflitto generazionale. Un’idea di rottamazione che quindi è tutt’altro che originale oggi. Il conflitto generazionale cresceva velocemente alimentato anche da musicisti rock e da intellettuali di vario genere. Infatti il movimento sessantottino nacque proprio durante un periodo storico di rallentamento della crescita economica e dell’aumento degli stranieri del sud Europa che emigravano verso il nord andando ad occupare tutti i lavori di manodopera a basso costo. Sono gli anni del razzismo rampante, esattamente come sta accadendo oggi con gli immigrati dei paesi in guerra che, con la loro presenza, stanno alimentando l’odio e riaperto un tema che sembrava essere oramai debellato definitivamente e cioè quello della razza. Un problema che portò, ieri come oggi, a nuove politiche di controllo sull’immigrazione. Ieri furono soprattutto il Regno Unito con la loro politica di cittadinanza solo a chi aveva almeno un genitore britannico, e la Germania Occidentale che emanò una legge sugli stranieri vista da molti storici più repressiva di quella hitleriana. Oggi invece sono specialmente i paese dell’est Europa, come l’Ungheria, che stanno creando muri di filo spinato per contrastare il fenomeno.

Un movimento quello del 1968 nato proprio dopo la fine della crescita economica degli anni ’50 e la crisi generata dalla grande inflazione che in quegli anni aggravò i conflitti in materia di distribuzione. Una crisi finanziaria che portò all’instabilità dell’ordine economico, proprio come oggi nonostante l’intero mondo stia conoscendo piccoli passi di crescita. I cattivi degli anni ’60 erano i lavoratori per i datori di lavoro ma anche i padroni per i lavoratori. Un odio crescente che oggi come allora è stato alimentato da un capitalismo che non ha dato e non sta dando la piena occupazione. Quindi oggi come allora non c’è più una equa distribuzione della ricchezza e tra la gente emergere quel sentore di disprezzo nei confronti di chi ha governato e li ha portati verso il baratro.

Il sessantotto come ho scritto, ma soprattutto come tutti sappiamo, nacque in America, e nacque grazie ai giovani e agli studenti che nel 1964 misero in piedi le prime manifestazioni e le prime occupazioni delle università. Questi riuscirono in poco tempo a mettere insieme diverse classi, ceti e gruppi sociali deprivati dei loro diritti. Tutti uniti nella lotta per creare nuovi rapporti umani e per creare una nuova morale. Dagli States il movimento cominciò a diffondersi anche verso l’Europa. Gli ideali promulgati degli hippies e non solo cominciavano a trovare consenso anche in paesi come la Francia, la Germania e l’Italia. Nel vecchio continente si cominciarono ad avere occupazioni nelle università e numerose manifestazioni. La riscossa giovanile stava prendendo piede a livello mondiale. Proprio come in passato, oggi, i giovani americani sono di nuovo in strada per evidenziare il loro malcontento. Un movimento che probabilmente lascerà il tempo che trova ma che organizzato bene potrebbe riscontrare successo e allargarsi, come è accaduto negli ’60, verso la classe operaia oramai abbandonata dalla politica.

Un’ ulteriore analogia con il passato è dato dal fatto che negli anni ’60 l’America fu governata dai Repubblicani, prima Ford e poi Nixon. Questi trovavano appoggio dal temutissimo Ku Klux Klan, proprio come sta accadendo con il neo Presidente Trump. Questo gruppo per indole razzista rivendicava in quegli anni le stesse cose che rivendica oggi. L’eliminazione di tutti i diritti per tutti i gruppi etnici minoritari presenti sul territorio americano e la loro espulsione dal paese. Gruppi etnici questi che in passato stavano organizzandosi e prendendo piede per rivendicare i loro diritti, basti pensare ai movimenti degli Afroamericani. Gruppi sociali emarginati, oggi come allora, che venivano e vengono presi di mira da continue violenze fisiche e verbali. Uomini e donne stanchi di subire soprusi e che marciavano, e marciano, per una maggiore integrazione sociale.

Manifestazione del 12 novembre a New York

Manifestazione del 12 novembre a New York

Proseguendo con le analogie con il passato importante da menzionare è quella relativa alla nascita di una nuova sinistra, di un nuovo movimento di sinistra. ‘Nuova Sinistra’ è un termine che nacque proprio negli anni in questione e che trovò vita grazie al sociologo americano Mills. Questi fu uno degli intellettuali più importanti per i nascenti movimenti di lotta giovanili che trovarono in lui un faro per credere nell’utopia di un mondo migliore. Non vorrei azzardare il paragone grossolano ma è doveroso rimarcare come oggi i giovani americani scesi in piazza sono per la stragrande maggioranza proprio i sostenitori dell’esponente dipendente del Partito Democratico Americano, Bernie Sanders, che trova consenso anche in numerosi giovani europei. Oggi come allora questi ragazzi sono vicini alle lotte di uguaglianza sociale, a quelle per i popoli del terzo mondo, alle rivoluzioni Arabe e vedono negli Stati Uniti e nella Russia (all’epoca URSS) un ordine da abbattere. Queste idee è evidente che non vanno a braccetto con gli attuali partiti di sinistra. Ideologie che se prenderanno piede si troveranno nuovamente a contrastare quei movimenti politici governativi, visti come borghesi. E’ chiaro che c’è la necessità da parte dei Partiti (ad esempio il Pd italiano, il Partito Democratico Americano e i socialisti spagnoli e francesi) di cambiare completamente rotta per cercare di riavvicinarsi a tutte quelle classi basse che non si sentono più da loro rappresentate. Uno scenario questo che non sembra delinearsi negli States visto che ad oggi si sta lavorando per una futura candidatura Chelsea Clinton alla camera dei deputati e di Michelle Obama alla carica di Presidente Americano. Insomma non si è imparato nulla dalla sonora sconfitta.

Le analogie che ho riscontrato evidenziano come ci potrebbe essere la possibilità di un nuovo sessantotto in tutto il mondo. C’è la possibilità che i giovani possano prendere coraggio e spingere verso una nuova lotta per il cambiamento. Tutto sta a come si evolveranno le proteste americane e se queste riusciranno ad allargare il loro consenso in ambienti culturali come le università ma soprattutto tra la popolazione. Una cosa è certa: c’è la possibilità di poter scrivere una nuova pagina di storia fatta di un momento di straordinaria crescita civile che potrebbe portare ad un mondo utopicamente migliore, esattamente come accadde per alcuni storici nel lontano 1968.

 

Davide Di Carlo
(
dal Blog Davidedicarlo.wordpress.com)